Baratto, scambio e aggiustaggio come forma di prevenzione dei rifiuti; come passare dalle prime esperienze ad un'organizzazione matura degli scambi: spunti di riflessione.

Stefano Pesce


Le fondamenta: evitare lo spreco.
Credo che il primo passo si debba realizzare partendo dal rapporto con i nostri bambini, lavorando con loro, offrendo il nostro esempio e la nostra collaborazione.
Dobbiamo cercare di riprenderci le troppe deleghe concesse nell'ultimo ventennio, deleghe in bianco andate alla scuola, ai corsi pomeridiani , a baby-sitter , alla televisione. Deleghe destinate a coprire la nostra assenza “causa lavoro” in nome di un benessere, la cui caducità si sta lentamente rivelando: la nostra preziosa presenza fisica sostituita dalle parole e dagli insegnamenti astratti difficilmente digeribili dai bambini più piccoli.
E' come se per anni avessimo cercato di sistemare e rattoppare il tetto della nostra casa delegando ad altri la manutenzione, e spesso la stessa costruzione delle fondamenta; all'improvviso sentiamo strani scricchiolii e non capiamo il perché.
Alla radice di tutto il problema c'è lo spreco fortemente radicato nella consuetudine dell'usa e getta.
“Evitare lo spreco” è stato uno dei grandi insegnamenti dei nostri genitori, ma era un insegnamento che ci arrivava dalla pratica e non dalle parole. Vedevamo la mamma alle prese coi fornelli e dopo la scuola si pranzava in famiglia imparando a non giocare con il cibo, a non sprecare. Aggiustare la bici, i giocattoli, i piccoli oggetti di casa erano sane abitudini vissute con papà mentre il nuovo acquisto era davvero un evento straordinario legato alle feste oppure dettato da necessità reali.
Cosa accade invece a scuola? All'ora di pranzo tutto arriva come per incanto, già cucinato, dalle “società di catering” . In quel momento la maestra viene sostituita dalla figura della “scodellatrice” con guanti in lattice e cuffietta, che serve a tutti - spesso in piatti di plastica - la stessa porzione. Alla fine raccoglie gran parte del cibo rimasto nei piatti disponendo una raccolta in bella mostra in centro tavola, da destinare alla spazzatura.
Il danno è triplo: in termini di diseducazione dei bambini, di spreco , di produzione di rifiuti. Nella scuola del futuro c'è spazio per l'inglese, per internet ma non per il lavoro manuale o per l'”aggiustaggio” ancor meno per una cucina.
Si discuteva qualche giorno fa con Ezio Da Villa, assessore all'ambiente della Provincia di Venezia e con i responsabili della Vesta sulla difficoltà di convincere i cittadini a differenziare i rifiuti. Si preparano cartelli, promozioni, spot, testimonial e poi alla resa dei conti le persone, spesso i più giovani, gettano tutto dove capita senza rispetto. Chiediamoci: perché e di chi dovrebbero avere rispetto?
Sono stati rispettati, “accompagnati” come direbbe l'amico Amadou Diarra , socio e coideatore del Baratto, dai genitori?
Hanno qualche segnale che possa convincerli di appartenere ad una organizzazione matura ?
Possono davvero credere che quel loro atto abbia importanza se mai prima è stata data loro importanza?
Per poter pensare ad un'organizzazione matura, io aggiungerei, reale, degli scambi occorre un lavoro lungo e duraturo sulle fondamenta, sull'educazione alla cura e al rispetto delle cose.

Il baratto come bene economico.
Baratto, riciclo, aggiustaggio sono azioni correlate: se aggiusto, in qualche modo rispetto la cosa acquistata ed entro nell'ordine di idee di scambiare, barattare, riciclare .
In futuro il passaggio sarà inevitabile, il rispetto della nostra vita ce lo imporrà, ma oggi sembra che queste azioni possano essere eluse.
L'organizzazione matura degli scambi è un punto di arrivo importante e raggiungibile ma ancora lontano.
Il bar, questa festa, altri esempi di baratto ed esperienze analoghe in città o in Italia, il sito zerorelativo.it che informatizzando gli scambi in rete permette di vedere, senza spostamenti fisici,  un oggetto e sapere se  lo scambio  interessa, si collocano per ora solo in un contesto di sperimentazione.
Afferma Nicholas Georgescu Roegen, economista, autore del primo trattato di bio-economia cioè di un'economia compatibile con le leggi della natura: …la decrescita della produzione è inevitabile in termini fisici ma per evitare la catastrofe dettata dal crollo della produzione mondiale dovremo rivedere il nostro modo di concepire la produzione cioè dovremo dimostrare di avere le capacità per produrre “valore” pur riducendo l'utilizzo di materia/energia.
Uno dei possibili percorsi è costituito dal trasferimento della domanda verso i cosiddetti “beni relazionali” ovvero beni in grado di soddisfare bisogni come la domanda di attenzione, di cura, di conoscenza, di partecipazione, di nuovi spazi di libertà, di spiritualità ….”
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Guido Viale esperto di problemi legati ai rifiuti e autore di testi sui problemi dell'economia attuale il quale dice: ….occorre far emergere la desiderabilità di soluzioni più sobrie, più gradevoli,meno devastanti per l'ambiente e la convivenza a partire da esigenze e bisogni insoddisfatti a cui il mercato e la cultura dominante non possono dare una risposta In una parola, aggregare una domanda sociale latente di cose molto concrete e raggiungibili mobilità alternativa, produzioni locali, soluzioni orientate al riciclaggio…..
In termini bio-economici dobbiamo cercare di aggregare una domanda latente di beni relazionali e uno di questi è sicuramente “il baratto”.
Senza demonizzare il mercato anzi utilizzando a nostro vantaggio semplici strumenti di marketing, il baratto può essere considerato semplicemente un prodotto nella sua fase di lancio.
Considerando la tipica curva a campana del ciclo di vita dei prodotti siamo nel primo tratto, nella fase “pionieristica”, con un andamento nettamente in salita; occorrono molti sforzi in termini di comunicazione - e soprattutto di prezzo - per promuoverne la vendita.
Il prezzo è rappresentato dallo sforzo fatto in termini di tempo e di energia per guardare tra i depositi in casa, in magazzino o in garage, tirar fuori le cose, sistemarle, decidere di cederle portarle a destinazione. La fatica, e dunque il prezzo, è maggiore di un semplice scambio in moneta: barattare costa troppo.
Contemporaneamente il ritorno che si trae, in termini di soddisfazione dei bisogni, é ridotto al minimo.
Per trasformare il baratto in un atto normale, in una consuetudine, per aggregare una domanda latente, dobbiamo, molto semplicemente seguire la regola base del mercato, renderlo conveniente ovvero minimizzare i costi e massimizzare i benefici.


La nostra esperienza.
Quando abbiamo aperto il locale, verso la fine del 2005, l'idea innovativa era proprio quelle di poter immaginare un'attività commerciale che funzionasse anche col baratto, un bar diverso in grado di soddisfare bisogni come la domanda di attenzione, di cura, di conoscenza, di partecipazione, di nuovi spazi di libertà, di spiritualità: una ristorazione aperta anche ai beni relazionali.
Siamo partiti dai libri e dall'arredamento in cambio di cappuccini e spritz ma l'intenzione era quella di poter allargare il sistema anche ai nostri fornitori, almeno ad alcuni, quelli del biologico e dell'economia solidale: ha funzionato solo in parte.
Lo scambio del libro e dell'oggetto è diventato un sistema, trasformandosi molto spesso in dono, senza necessità di ripagare il cliente disposto a saldare la sua consumazione, al punto che spesso ormai dobbiamo rifiutare le offerte per mancanza di spazio, ma i fornitori sono rimasti fermi sul corrispettivo in denaro.
In un secondo momento, durante la prima festa del baratto, nel maggio del 2006, abbiamo sperimentato direttamente per quasi un mese l'esperienza del recupero in discarica , nell'eco-centro della Vesta.
Basta passare qualche ora per vedere quante cose, ancora utili, passano e vengono sistematicamente distrutte. Mobili, frigoriferi, computer, biciclette, interi arredamenti.
Col legno ed altri materiali recuperati, con Nicolas, artista austriaco, e con il pubblico della festa, abbiamo costruito una piccola casa, quasi un'opera d'arte; l'idea era che potesse diventare un piccolo spazio per il recupero e l'aggiustaggio delle cose . E' durata poche settimane poi, per motivi burocratici, è arrivata l'intimazione di sgombero immediato e in poche ore abbiamo dovuto smontare e distruggere tutto.
Fortunatamente l'idea è rimasta in circolo e sta tornando con le opportune varianti. Tra le proposte arrivate al BarAtto il nostro amico Ottavio, che ha tenuto da noi una lezione sul passaggio dal baratto alla moneta giovedì scorso (3 maggio 2007), ha proposto la creazione di spazi fissi, dove depositare le cose (mobili, sedie, oggetti) prima di passarli all'eco centro.
L'idea è la creazione di una zona franca dove poter lasciare e prendere liberamente, una sorta di purgatorio del rifiuto; si deposita la cosa, con la data, e dopo un certo numero di giorni le rimanenze vengono prelevate dalla Vesta.


Il baratto come consuetudine corrente.
Affinché ciò accada occorrono azioni di breve e di lungo periodo.
Nel breve è necessario favorire e sviluppare altre esperienze come quella del BarAtto, potenziare gli scambi e le occasioni di baratto attraverso il circuito di Altraeconomia, creare inizialmente nei parchi e/o nella sede di Altraeconomia un punto fisso di raccolta di cose collegato alla Vesta.
In sintesi occorre facilitare e rendere conveniente il baratto e lavorare sullo sviluppo del mercato dei “beni relazionali” in modo da sviluppare il lavoro nel settore (recupero, aggiustaggio, lavori artistici, riuso e riciclo), a sostegno e in parziale sostituzione del volontariato, sviluppare e rivalutare i mercati locali e i piccoli negozi di quartiere.
Nel lungo periodo occorre invece agire sulle fondamenta. Ben più importante e difficile è lavorare sull'educazione dei nostri figli a casa e nella scuola, riportare l'accento sul gioco manuale, sul contatto fisico e sulla necessità di fare le cose con amore, senza demonizzare tv e computer ma riequilibrandone il rapporto con le altre attività e con noi stessi.
Favorire gli scambi umani è quindi il necessario fondamento per tutti gli scambi successivi.
Ed è necessario anche modificare il rapporto con il cibo, elemento essenziale della nostra vita: se risulta impossibile riportare la cucina nelle scuole, bisogna fare almeno in modo che il momento del pranzo riprenda i suoi valori originari. La maestra deve essere quella che distribuisce – a seconda delle esigenze e necessità individuali che lei ben conosce – riducendo al minimo gli sprechi antieducativi ed antieconomici.